Pong (1972): l’industria dei videogiochi nasce di rimbalzo
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Prima della metà degli anni Ottanta erano già presenti quasi tutti gli elementi dei videogiochi e dei computer di oggi, dai controller digitali e analogici ai servizi online come CompuServe e The Source, ognuno dei quali offriva diversi titoli multigiocatore relativamente sofisticati (come vedremo nel Capitolo 24, dedicato a Ultima Online e agli RPG multiplayer). Prima di tutto questo, comunque, Pong aveva un altro importante ruolo da giocare. A Sunnyvale, in California, dagli inizi alla metà degli anni Settanta lo straordinario hacker Steve Wozniak (“Woz”) lavorava come ingegnere specializzato in tecnologia dei calcolatori presso Hewlett-Packard (HP), dove ritrovò l’energico impiegato che rispondeva al nome di Steve Jobs con cui aveva stretto un forte legame di amicizia ai tempi del liceo e da cui erano scaturite diverse partnership commerciali esterne. Tra le tante, Jobs aveva aiutato Woz a vendere il suo “blue box”, un dispositivo illegale che i “phreakers” (hacker che prendevano di mira la rete telefonica) usavano per non pagare le telefonate interurbane e per ascoltare le conversazioni altrui.
Jobs venne assunto come quarantesimo impiegato presso Atari nel 1974 nel ruolo di tecnico, e dopo una breve pausa per compiere un viaggio spirituale in India tornò l’anno successivo per lavorare alla compagnia che puntava a bissare il suo successo in sala giochi con la versione casalinga di Pong. A Jobs, passato al turno di notte, venne affidato l’incarico di realizzare Breakout per le sale giochi, e che avrebbe dovuto essere nient’altro che la versione in verticale dell’originale Pong [10]. L’obiettivo del gioco era distruggere righe di blocchi disposti nella parte alta dello schermo facendo rimbalzare la pallina su una piccola barra che si trovava nella parte bassa e che poteva essere controllata dal giocatore. Dopo aver visto il suo impressionante clone di Pong realizzato in casa, Atari non riuscì a strappare Woz ad HP. Ciononostante, dal momento che era sia un appassionato di videogame che una persona pronta a qualsiasi sfida nell’ambito dell’ingegneria, acconsentì ad aiutare Jobs a portare a termine quell’incarico. Woz svolse il grosso del lavoro in quattro giorni, realizzando un progetto particolarmente efficiente che usava molti meno chip di qualsiasi altra macchina da sala giochi di Atari dell’epoca. Per quel risultato Jobs ricevette un lauto pagamento e una gratifica economica aggiuntiva, che tenne quasi tutta per sé. La versione riprogettata di Breakout sarebbe presto diventata un altro successo di Atari [11].

La conversione per Atari 2600 Video Computer System (VCS) di Breakout (1978).
Dopo anni passati a modificare hardware e le due brevi incursioni citate nell’ambito dei videogiochi, Woz cominciò lo sviluppo di un computer da collegare alla televisione. Ispirato dagli incontri del leggendario Homebrew Computer Club – durante i quali i pionieri di quella giovane industria condividevano idee e passioni – Woz creò e presentò quello che sarebbe poi stato conosciuto con il nome di Apple I. Sebbene non fosse altro che un circuito progettato con eleganza su cui erano montati un microprocessore a basso costo MOS 6502, 4 KB di RAM e connettori di espansione, l’Apple I gettò le basi per quello che sarebbe venuto in seguito. Atari e HP non si mostrarono interessate all’idea: il primo aprile del 1976 i due Steve diedero allora vita a una società tutta loro, chiamata Apple Computer.

Le sale giochi vennero invase da innumerevoli varianti dei titoli con
racchetta e pallina. Quella che vedete in questa immagine è Avalanche di Atari,
con un overlay a colori simulato, in cui i giocatori dovevano colpire i massi
che cadevano dalla parte alta dello schermo. Nel 1981 uscì una conversione
non ufficiale del gioco per Atari VCS, sviluppata da Activision e denominata Kaboom!,
nella quale i massi erano stati sostituiti da bombe.
Lavorando prima nella camera da letto di Woz e poi nel garage di Jobs, i due avviarono la produzione dell’Apple I. Il persuasivo Jobs trattò con il proprietario del locale negozio di computer, il Byte Shop, convincendolo a piazzare un ordine di $50,000. Mancavano i soldi, c’era poco tempo e i pezzi erano difficili da reperire, ma l’ordine venne comunque evaso. Il Byte Shop aggiunse tastiere complete e un contenitore di legno per il computer. Tramite il negozio, la pubblicità e le recensioni sulle riviste, la compagnia crebbe in maniera lenta ma costante.
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